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Cogito ergo facio

“Tempora labuntur, tacitisque senescimus anniis, dies freno no remorante fugiunt”. Ogni storico che si rispetti fa di questo brocardo latino la sua legge interiore, il suo dogma. Invero, non potrebbe fare altrimenti. Poiché il tempo fugge, senza che nessuno possa fermare i giorni che lo segnano. Quindi, fotografare il proprio momento, cercare di comprendere il senso della propria esistenza, è senza dubbio e innanzitutto prendere coscienza della propria caducità. Tale condizione, in passato, al tempo in cui gli dei inveivano contro gli uomini, parteggiando e per gli uni e per gli altri, ha indotto certa filosofia ampollosa all’atarassia; una tranquillità costretta, in un mondo dove la vita terminava con l’epilogo dei giorni di ogni singolo uomo. Eppure, il tempo è trascorso, nonostante di uomini ne siano passati al suo interno. Numeri? Non credo che migliaia di anni e milioni di uomini siano stati numeri, cosi come certa scienza vorrebbe. C’è chi sostiene che l’umana specie sia comparsa sulla terra perché così ha voluto la progressiva e costante ingerenza dei fenomeni climatici sugli animali che da sempre popolano la terra, così da rendere gli antropomorfi per eccellenza, le scimmie, capaci di svilupparsi inter pares in maniera più ‘elaborata’. Umanamente parlando, mi sentirei offeso se qualcuno mi desse della scimmia, seppur progredita in un laboratorio all’aperto. Preferisco pensare che il mio vivere ora, in questo istante, sia parte integrante di un disegno prestabilito, tassello essenziale del ciclo della vita. Egocentrismo? No, senso civico. L’umanità non esisterebbe senza gli esseri umani. Ogni singolo membro di questa entità a se stante ha carattere assiologico. Non si spiegherebbe altrimenti il senso di vita e di morte, che già di per se trascende l’umana comprensione. Quindi, se il senso di ognuno è determinato a priori, come posso sapere dove affondare la mia ricerca? Io credo che il mio essere ed il mio essere ora siano strettamente connessi alla società contingente; penso vivamente che l’animale politico che è in me sia nato dove gli era più favorevole applicarsi, perché è compito mio e di ogni singolo mio contemporaneo cercare di cambiare il ciclo degli eventi, se questi mi appaiono inadatti al mio compito, ovvero, mantenere integra e far sopravvivere l’umanità. Perché è proprio di quella ‘humanitas’ che si nutre l’animo umano, quando aspira all’eccellenza. Un’esistenza non basterebbe a cambiare le cose, eppure, nulla si crea se nessuno ha cura di iniziare. Gli stessi padri costituenti si assunsero il compito di redigere una Carta fondamentale, che contenesse i principi cardine di ogni Società civile, senza sapere quanto il loro lavoro avesse potuto contro il tempo. Sono passati sessantasei anni da quel primo d.P.R., e ancora nessuno riesce a modificare l’uguaglianza o la democraticità, principi che regolano i rapporti tra i cittadini, in particolar modo italiani. Eppure sono idee; quelli che tutti intendono essere valori sacri della persona umana, non sono altro che giudizi di valore espressi da una mente pensante. Giacché, tra le tante specie animali, l’unica munita di coscienza è quella umana, è forse porsi nei confronti delle nostre azioni con fare giusto il nostro scopo ultimo? E’ la giustizia il nostro obbiettivo? Ebbene si, l’uomo per natura, essendo contrario alla bontà, ma non potendo esplicare i suoi interessi in un individualismo apatico, deve contrattare con i suoi simili, cercare di imporre i suoi diritti e rispettare gli altrui interessi assolvendo ai propri uffici. Ma nulla di più complesso e difficile esiste in natura, che comporre i rapporti umani in modo giusto. Dalla Rivoluzione francese ad oggi, tutto il mondo occidentale ha cercato di progredire partendo da una semplice constatazione: che non vi sono interessi generali se non vi sono interessi individuali, quindi, al contrario della tradizione feudale, non vi è Stato se non vi sono cittadini liberi. Ogni cittadino deve essere libero per poter contribuire “ alla crescita materiale e spirituale del Paese” (ex art.4, Cost.). Quindi, innanzitutto libertà per la ricerca della giustizia, il tutto relativo al valore della persona umana, come centro dell’intero ordinamento statale. Ed ecco che non si parla più di uomo in quanto animale, ma di persona umana: tale qualificazione è stata la risultante di lotte tra ideologie, guerre mondiali, crimini contro l’umanità. E’ solo la persona, in quanto libera, che può raggiungere la giustizia mediante il rispetto delle regole, delle norme, poste in un ordinamento giuridico determinato e riconoscibile. Quando tali regole risiedono nell’inconoscibile, quando sono un puro sentire, possono creare i mali peggiori, come il Nazismo: durante il processo di Norimberga, i gerarchi nazisti si giustificarono asserendo che loro obbedivano a degli ordini, che il loro comportamento fosse legittimato dalla legge. Ed era vero, poiché una legge permetteva loro di innalzare la razza ariana al di sopra di tutte le altre. Si chiamava Società di Diritto, dove “nullum crimen sine lege” era anche un motivo per abusare della forza e dell’illegalità. Oggi, al contrario, lo Stato Sociale di Diritto, cerca di coniugare legalità e giustizia sociale, poiché molte volte, v’è difficoltà nel distinguere la giustizia formale da quella sostanziale e viceversa. Il tutto perché la coscienza di ognuno è formata dalla realtà contingente, ed ognuno vive la stessa come meglio crede. Da questo si può dedurre che per raggiungere un concetto di giustizia “superiorem non recognoscentes”, c’è bisogno di tempo ed esperienza, a cui nulla può una singola esistenza. Bisognerebbe unificare la vita di tutti, operare una reductio ad unum plusvalente, eludendo con classe i principi della libertà inviolabile, nonché della libertà di pensiero, costituzionalmente garantiti. Il meglio che la nostra democrazia concede, in ultima analisi, è l’elaborazione di regole pressoché giuste, che siano sempre connesse almeno ad un principio e che in esso trovino il loro significato primo. Poiché il principio in sé è la massima realizzazione di un valore: l’uguaglianza tra uomo e donna, solo nel termine uguaglianza, trova il suo realizzarsi. Da ciò ne deriva che è connaturato all’essere umano il concetto di diritto, in quanto “ ubi societas, ibi ius”. Il diritto per coniugare diritti e doveri, la legge per tradurre gli interessi dei più in interessi generali. D’altronde, ‘siamo servi delle leggi, affinché possiamo essere liberi’ asseriva uno dei più grandi giuristi della storia, Cicerone. Di qui viene da chiedersi se la società di oggi rispecchi il concetto di società sopra riportato. E’, questa, una società giusta? E’ lo Stato, che pone alla base il lavoro, uno Stato garantista? Il nostro, è uno Stato? Ebbene, il nostro momento storico è caratterizzato da una depauperazione delle sovranità statali, delle società democraticamente organizzate come le abbiamo conosciute. L’UE, muovendosi verso l’ottica di un mercato comune, agevolando la contrattazione, riportando la dottrina civilistica a un contratto “do ut des”, sta inevitabilmente investendosi sempre più della sovranità che è propria di uno Stato. Regolamenti e direttive (i primi che trovano immediata applicazione all’interno dei singoli ordinamenti giuridici di ogni stato europeo) vanno sempre più ad incidere sull’autonomia dello Stato nel potere di normazione che gli è proprio. La maggior parte dei problemi in cui versa la nostra nazione oggigiorno, non sono ascrivibili ai governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi vent’anni. Sebbene ancora si parli, nei Talk Show o tramite i canali mediatici, della scarsa cultura politica dei nostri governanti, io credo che gli stessi ormai possono cominciare ad ammirare il declino delle istituzioni governative, e non di certo per i vizi di un premier o per le scelte sbagliate di una data politica internazionale. Oggi è il volere del mercato che ha la gran voce, e il nostro mercato è diretto dall’Ue ( rectius dalla BCE). Abbiamo raggiunto l’apice, e ora, come Polibio ci insegna, ci avviamo verso un nuovo modo di intendere lo stato: possiamo chiamarlo Federalismo Monetario. Una moneta unica per tutti gli stati, ma politiche economiche mirate per ogni singolo componente l’unione. Purtroppo è la presa di coscienza di tali cambiamenti che manca. Oramai il fenomeno baumaniano della glocalità ha sopraffatto anche i più conservatori: oggi un portale mediatico come Facebook può chiudere le porte di casa, inutile finestra sul viale, nulla al pari di una finestra sul mondo. Un nuovo volto dei rapporti umani, nuove frontiere per la ricerca della giustizia, seppur stante su piattaforme interattive. E’ pur vero che anche l’UE ha bisogno del consenso dei suoi abitanti, per poter governare democraticamente, ed è questo lo spunto da cui proiettare il futuro: la democrazia non viene lesa dai mutamenti politici e sociali che investono la nostra nazione. Leggi elettorali incostituzionali, navi cariche di sostanze tossiche, soldati sacrificati alla ragion di Stato ( NDR, nel caso dei Marò, senza alcuna ragione) , tutti questi risvolti politici sono risolvibili, poiché effetti di leggi sbagliate e quindi correggibili. Ma il tutto deve partire dalla presa di coscienza che il tempo passa e la vita non concede mai una doppia possibilità. Quindi, lottare per i propri diritti è un dovere di tutti, è la massima aspirazione di libertà che una persona può immaginare. L’uomo libero può sovvertire le sorti di una nazione, la storia ce lo insegna. Però bisogna volerlo, e non solo per sé: bisogna sentirsi membri di una nazione per volerla libera e giusta. In conclusione, ciò che deve rapire lo sguardo di ogni cittadino del mondo, in specie ogni italiano che si rispetti, è l’immagine di un luogo giusto in cui vivere, una terra sana e pulita dove far crescere l’umanità futura, un’immagine dello Stato il più possibile giusta. E forse, chi lo sa’, un giorno, verremo ricordati non solo per le crisi di governo o per le sperequazioni economiche, ma anche per aver cercato di rendere migliore un mondo che di buono conserva ben poco. Ai posteri l’ardua sentenza.

                                                                                                                                                   Francesco Emanuele Falcone

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