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Papa Francesco in Albania: ma gli arbëreshë come la pensano?

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La “Terra delle Aquile”: così viene definita l’Albania, una terra così vicina geograficamente e così lontana per cultura e modi di pensare. Molti ignorano la storia travagliata che, dal dominio turco all’ateismo previsto dalla costituzione comunista, ha attraversato anni bui, fino alla rinascita e allo sviluppo, attuale, sempre più convincente e contraddittorio: basti pensare a Tirana, florente capitale albanese, che con i suoi continui progressi è diventata una metropoli al passo con le maggiori capitali europee; attorno a Tirana invece povertà e baraccopoli. E’ proprio questo scenario che troverà papa Francesco tra pochi giorni: il 21 settembre, infatti, l’Albania ospita per la seconda volta un papa. La prima visita di un pontefice in un paese un tempo dichiarato ateo fu nel 1993 da parte di Papa Giovani Paolo II accompagnato da Madre Teresa di Calcutta, originaria di una famiglia albanese di Skopje. 21 anni dopo Papa Francesco viene, riportando le sue parole “in Albania per incoraggiare un paese che ha sofferto” e un paese considerato alla periferia dell’Europa. Una grandissima apertura da parte del Pontefice, in un paese di prevalenza musulmana e con una buona parte di cattolici ancora “timidi”; basti pensare che con la presa del potere del dittatore Enver Hoxha nel ‘44 si scatenò infatti la caccia verso il clero e i fedeli considerati spie del Vaticano. Tutti i luoghi di culto furono presi d’assalto, profanati, bruciati o trasformati in depositi o magazzini. Decine di vescovi e preti furono uccisi, altri arrestati, malmenati in pubblico, inviati nei campi di lavoro. Le suore furono obbligate ad abbandonare l’abito: quelle che rifiutavano venivano gettate nei campi o inviate nude per le strade della città dopo esser state torturate.
L’appuntamento con papa Francesco è sicuramente speciale. Ma gli arbëreshë come la pensano riguardo ciò? Beh le visioni sono un po’ contradditorie. Il rapporto degli albanesi e la chiesa è stato da sempre un “Odi et Amo”; fin da quando, tra il XV e XVII secolo, popolazioni di origine illirica si stabilirono in Italia per sfuggire all’invasione ottomana, una parte di esse si insediarono in territori del sud Italia lasciati liberi a causa della peste che aveva afflitto quei territori. I profughi albanesi furono accolti e seppero farsi accettare perchè capaci di vivere simbienti alle popolazioni autoctone, nonostante gli usi, abitudini alimentari, costumi, tradizioni e i riti di celebrazione. Un grandissimo esempio di integrazione sociale ma anche esempio di radici forti che ci ha portati fino ad oggi. Dal punto di vista religioso, il rito greco-bizantino cattolico, non ha trovato opposizioni tra la popolazione ospitante, e , con il passare del tempo, il rito greco-bizantino cattolico prese un carattere identificativo della popolazione arbëreshë. Nel mentre la popolazione autoctona accettava la “diversa” cultura albanese, La Chiesa cattolica prese atto, spesso con sospetto della loro obbedienza a Roma, si dispose ad accettare questi profughi ma, imponendo loro vescovi latini, cercando di dissuaderli dal praticare il loro rito al fine di consentirne una più agevole assimilazione ed efficace controllo. Spesse volte la Chiesa cattolica ebbe un doppio fine: ai tempi di Skanderbeg il papa appoggiò la resistenza albanese affinchè fermasse l’avanzata Ottomana che puntava a Roma, tanto da nominare lo stesso condottiero “Atleta di Cristo”; dopo la morte del condottiero, la chiesa cattolica accettò i profughi albanesi, e, approfittando della crisi della Chiesa d’Oriente, aveva un territorio sotto il controllo della Chiesa di Roma che gli permise di avere scambi con la cultura ortodossa grazie alla costruzione di seminari e strutture scolastiche per la formazione di giovani preti arbëreshë: esempio tangibile il Collegio di Sant’Adriano sito in San Demetrio Corone: grande struttura che provvedeva alla formazione dei preti albanesi ma che, con il passare degli anni, abbandonò la netta posizione clericale per diventare più laico; questa laicizzazione avvenuta nel 1800, ha portato alla famosa “Fucina dei Diavoli”, da dove tanti arbëreshë partirono per dare il proprio apporto alla spedizione de Mille.
Dopo tanti anni, tante lotte e contraddizioni, gli scenari sono cambiati. La cultura arbëreshë, nonostante tutti i problemi che l’affliggono, vive ancora, in simbiosi con la cultura Italiana. Sicuramente la visita di papa Francesco in Albania non può lasciare indifferenti gli arbëreshë, ma sicuramente le visioni saranno opposte: c’è chi vorrà vendicare i torti dei vescovi latini durante i secoli e rimarrà indifferente e c’è chi vede nella visita del papa una nuova apertura verso un popolo che ci ha dato usi, costumi, tradizioni, lingua e rito e che vedrà, forse “ingenuamente”, nella visità del papa nessun doppio fine.
Demetrio Liguori
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