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San Demetrio Corone: Domani 7 Febbraio 2015, si rinnova la “Festa dei Morti”

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Un rito antichissimo con radici lontane, una festa vissuta, una realtà ormai quasi incomprensibile; un viaggio appassionante verso un mondo vicino e lontano, a contatto con chi ora non c’è più.

A San Demetrio Corone, come in tutti gli altri paesi dell’area albanofona di rito greco-bizantino, la commemorazione dei defunti si celebra durante il Carnevale, vero e proprio capodanno agricolo; la commemorazione avviene precisamente il sabato che precede la Domenica di Carnevale e quindici giorni prima della Quaresima.

Nella tradizione Arbëreshë, la commemorazione dei defunti avviene nel periodo che gli antichi Greci chiamavano “Antesterione”, corrispondente al periodo che va dalla fine di Febbraio agli inzi di Marzo; è una commemorazione che è intrisa di simbologia, che avviene in un periodo in cui i semi, che si trovano sotto terra come i morti, stanno per germogliare.
I riti che caratterizzano questa “festa” sono tutti legati al cibo che culminano in un banchetto che si svolgerà nel cimitero, quasi come in una sorta di ipotetica risurrezione, dove i morti si confondono con i vivi: uomini e donne pranzeranno sulle tombe dei loro cari in loro onore in una particolare quanto toccante cerimonia.
La tradizione contadina delle comunità albanofone fa si che i cibi interessati ai rituali siano cibi poveri e semplici, come il grano (simbolo per eccellenza della rinascita), il pane e il vino: ed è proprio con il grano che avviene il rito più suggestivo:
nelle case private, un prete, o per meglio dire un papàs (rito greco-bizantino) presiede al rito della “Panagjia”, la tutta santa; una cerimonia antichissima che affonda le sue radici nella cultura Paleocristiana che in origine veniva celebrata per coloro che partivano per un viaggio; oggi, per l’analogia che lega il viaggio alla morte, questo rito viene officiato sia in onore della morte del singolo e sia in onore della commemorazione dei defunti. La panagjia consiste in una mensa con vino(spesse volte anche olio), pane e grano bollito che presenta una candela al centro: in segno di benedizione vengono elevati il vino e l’olio e successivamente si alza il grano, simbolo, nella tradizione cristiana, del corpo umano, che sepolto, risorge, allo stesso modo del grano che sotto terra germoglia. La cerimonia termina con la spegnitura della candela nel grano recitando “Ndie Zot”; dopo di che il sacerdote distribuisce il grano bollito su dei piccoli pezzi di pane a tutti i presenti alla cerimona. I colivi rimasti, poi, vengono distributi a tutte le famiglie del vicinato.

Secondo la tradizione, Gesù Cristo decide di dare il permesso a tutte le anime per otto giorni per ritornare a visitare i luoghi in cui hanno trascorso la propria vita ed è in questo contesto che si inserisce l’altro alimento, anch’esso denso di simbologia: l’olio.
Infatti tutte le case sono illuminate da lumi alimentati da olio di oliva (Val të but), che hanno la funzione di illuminare il cammino alle anime dei defunti che tornano di nuovo nelle proprie case. Le donne fanno si che questo lume rimanga acceso, anche di notte, per tutta la settimana.

La giornata comincia con una processione che, partita dalla Chiesa di San Demetrio Megalomartire, si dirige verso il cimitero, sulle note del Salmo 129 “Tek jam i thell” (Dove sono sprofondato), dove si svolgerà una messa nella piccola chiesa del cimitero.

TEK JAM I THELL

Tek jam i thell e rri, ndë Purgatuar
U thërrita fort: Oj Zot, të qosha truar.
Mirr vesh si qanj me lotë e me valëtim
Lipisëm, Zot i math, turmendet time.
Mos thuaj se bëra lik e kam mbëkat
Si cili ësht i bërë çe s’ka mbëkat,
Kulto se ti je prind e lipisiar
U jam it bir e jam limosinar.
Mbë fjalen tënde u këtu rri e pres
Se fjalen çë me the t’e kam bes’,
Si dihet dita për mua sempre sërposet
Vetem speranxa jote maj më griset.
Më se Ti , Zot, pietus s’ë mosnjeri
Andaja s’ke shok ndë lipisi.
Andaja, nani, mos na bandunar
Se shpirtrat çë jan’ ndër penet na librar
Jipi rëpos, oj Zot, jipi rëçet
Të vdekurvet, jipi dritë tek jetra jetë
GIULIO VARIBOBA
(1724-1788)

Arrivati all’ingresso del cimitero, la tradizione vuole che i giovani lascino una pietra sul bordo della colonna che ricorda i caduti in guerra. Questa tradizione, di origine pagana ma che trova risvolti anche nella religione ebraica, si confonde con la tradizione cristiana: apporre un pietra sulla stele significa salutare i morti, aver fatto gli omaggi dovuti; per alcuni significa altresì la formazione di una barriera, per far si che l’anima si ancori e non si disperda. In analogia con il ricordo alla guerra, i giovani appongo anche le pietre sul monumento che ricorda i caduti in guerra per essere preservati da una morte prematura e violenta, come quella che avviene ed avveniva in guerra. Dopo la celebrazione della messa, avvenuta nel cimitero, il papàs andrà a benedire l’ossario e busserà tre volte alla porta, per salutare anche i defunti che stanno dietro quella povera porta. Questa sarà l’ultima presenza della religiosità cristiana, prima che altri riti antichissimi prendano il sopravvento.

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Rito anch’esso particolare e intriso di simbologia è il mangiare sulle tombe: sembra quasi impossibile trovare l’origine di questo rito che fu dei greci prima e dei latini poi, e praticato molto prima da altri uomini e altre civiltà. Il banchetto funebre era molto presente in passato tanto che alcuni studiosi avanzarono la teoria che l’ultima cena di Cristo fosse un banchetto funebre vero e proprio. Si beve e si mangia con i morti, in un vero e proprio simposio dove qualsiasi passante è invitato e non può che accettare l’invito “perchè altrimenti il morto si offenderebbe”. Nulla va portato via: il cibo va mangiato, offerto, regalato o lasciato sulle tombe. L’abitudine antica, che risale almeno al culto che praticavano i Romani in onore dei Lari e dei Penati, che i defunti partecipino al banchetto si ritrova nella cultura italo-albanese: infatti il primo o l’ultimo sorso di vino viene offerto al defunto.
La gente arriverà fino a tardi e lascerà i loro doni sulle tombe dei defunti, che il sabato successivo dovranno fare ritorno nel mondo dell’oltretomba. Il sabato che porterà al rientro delle anime dei defunti è chiamata “E Shtuna e Shalles” e da qui il proverbio: “T’ardhçit gjithë të shtunat, ma e shtuna e shalet nëng ka të vijë mai”, proverbio che nelle sue tante varianti di pronuncia o formualzione della frase che inneggia alla venuta di tutti i sabati tranne il sabato che dovrebbe riportare le anime nell’oltretomba, quasi nel volere trattenere ancora un po’ la compagnia di questi defunti che tornano a trovarli.
La sera, a conclusione della festa dei morti, gli uomini si riuniscono in un convivio molto particolare, in memoria dei propri cari. Si suole lasciare un posto vuoto a tavola, posto riservato al defunto che, ipoteticamente, parteciperà alla cena assieme a tutti i suoi cari. Si rinnova così, di anno in anno, forse la tradizione più caratterizzante degli Albanesi d’Italia.

Demetrio Liguori

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